La lavastoviglie, di Isabella Millenotti

Libri

Chi troppo duole nulla stringe

Ho comprato la lavastoviglie nuova.

La macchina ha completato il primo lavaggio, quello a vuoto. Tutto bene.

Poi, finalmente, ho caricato le stoviglie, ho messo in moto e, dopo un'ora, ho aperto lo sportello.

Che meraviglia! Servizio perfetto e profumo di pulito.

Sorrido felice.

Mi affiora un ricordo.

Sto facendo colazione mezza assonnata, nella mia cucina luminosa, tanto tempo fa. I mobili chiari, la quiete mattutina, la macchina del caffè di ultima generazione, il frigo all'americana con l'erogazione del ghiaccio. Che fortunata che sono, che casa stupenda ho e che marito fantastico!

Mi alzo, sciacquo la tazza del latte, la tazzina del caffè e il cucchiaino.

Entra Luca, il viso torvo, non mi rivolge la parola. Al mattino è sempre un po' scontroso, ci sta. Apro la lavastoviglie per infilare la posata e le tazze che ho usato.

Un urlo.

«Cretina! Lo sai che mi dà fastidio l'odore di rancido. Sei una cretina, una deficiente.

Sai che la mattina non devi mai aprire la lavastoviglie in mia presenza, mai! Mi fai schifo, mi fai schifo! Una cosa ti chiedo, una. Che mentre faccio colazione al mattino non apri la lavastoviglie. Tu non capisci niente. Non lo devi fare mai!».

Mi butta a terra il cucchiaino che ho in mano. Chiudo subito lo sportello.

«Scusami, ero distratta».

«Non me ne frega una mazza se eri distratta; tu con me non ti devi permettere di sbagliare. Hai capito? Hai capito? Rispondi! E guardami quando ti parlo. Cos'è, hai paura? Credi d'impietosirmi? Credi di riuscirci? Non abbassare gli occhi. Guardami, abbi il coraggio di guardarmi».

«Perdonami, non l’ho fatto apposta».

«Non me ne frega una mazza se non l'hai fatto apposta!».

«Ma non lo faccio quasi mai, sto sempre molto attenta!».

«Cos'è, vuoi contraddirmi? Vuoi darmi del bugiardo?».

«Perdonami». Cerco di uscire dalla stanza per andare a rifugiarmi nel bagno.

«Dove vai?».

«Vado a prepararmi...».

«Vuoi scappare?».

«No, però mi scappa...».

«Non me ne frega una mazza se ti scappa. Ora stai qui. Mi servi la colazione e stai zitta. Lo sai che mi dà fastidio che mi rivolgi la parola al mattino appena sveglio. Zitta e portami il caffè. Voglio anche la spremuta. Sbrigati, cretina. Non sei capace di fare una mazza. Se non ci fossi io saresti un inutile individuo senza uno scopo e senza personalità. Quel poco che sei lo devi a me. Ti ho insegnato tutto, ma questa non la vuoi proprio imparare. Te la insegno io la buona educazione. Vuoi farmi urlare appena sveglio? Vuoi mettermi di malumore tutto il giorno? Te e i miasmi maleodoranti della lavastoviglie, cretina! Tutto ti devo insegnare, tutto! Mi hai già rovinato la giornata».

«Ecco il caffè».

«E non usare quel tono da vittima, non guardarmi come un cane bastonato! Non è che non lo sai, non è che te lo devo ripetere ogni volta, tutte le mattine! Vuoi provocarmi? È questo che vuoi? Vuoi farmi passare per un mostro? Sei tu il mostro che mi provochi e fai pure la parte della vittima! E non fare casino con lo spremiagrumi mentre ti parlo».

«Ma ti sto preparando la spremuta...».

«Non me ne frega una mazza. Tu mi ascolti e poi, poi, poi...».

Si alza dalla sedia, si avvicina al piano della cucina dove nel frattempo mi sono appoggiata, lo spremiagrumi alle mie spalle, un mezzo arancio agonizzante sopra. Le vene gli scoppiamo sulla fronte e sul collo, gli occhi spalancati, spiritati, la bocca infuocata, sputa saliva e odio. Mi arriva a un centimetro dal viso. Mi urla tutta la sua rabbia con il fiato di chi si è appena alzato e non si è certo ricordato della sua igiene orale.

«... poi prepari la spremuta. Hai capito? Quando ti parlo mi devi guardare negli occhi, ascoltare e stare ferma e zitta. Hai capito?».

Ingoio una saliva che non c'è, perché nel frattempo si è azzerata. Lui ritorna a sedersi, sbatte nervosamente la gamba sinistra. Cerco di capire se vuole aggiungere qualcosa. Silenzio, solo il rumore della gamba che sbatte di continuo.

Mi giro e finisco l'arancia, stritolandola sopra la parte conica. Rivoli rossi e generosi colano nel beccuccio e nel bicchiere.

“Ora non soffre più” penso.

“Potrei farlo anch'io, potrei farla finita”.

Porto il bicchiere, attenta a non versare una goccia sul pavimento, lui potrebbe urlare di nuovo. Sorrido.

«Ecco la spremuta. Posso andare in bagno?».

«Vai!».

Non mi degna di uno sguardo. Non è più viola in viso, il colore della pelle si sta normalizzando. Anche gli occhi non sono più così strabuzzati. Sguardo duro ma meno di prima.

Finalmente, dopo un quarto d'ora sono pronta per uscire, ho fatto il più in fretta possibile. Lui è in doccia.

«Io vado!» grido dall'altra parte della porta.

«Aspetta!».

“Mio Dio, cos'ho sbagliato?”. Tremo.

Esce con l'accappatoio, si avvicina e mi abbraccia.

«Perdonami amore, sai che al mattino sono intrattabile, non volevo fare così».

Tutto perdonato, tutto azzerato. Domani lo rifarà ancora ma adesso mi godo questo momento di felicità. Lui mi ha perdonato per la mia disattenzione e addirittura mi ha chiesto scusa. Sono in visibilio, sono felice.

Lavorerò bene oggi, e questo grazie a lui. Mi ama, devo stare più attenta alle sue richieste. Non devo sbagliare. Lui mi ama e mi vuole perfetta. Mi vuole così per il mio bene. Lo amo, così credo. È così?

Mi sfiorano i dubbi. Li scaccio come la mosca che vuole appoggiarsi sul mio cappotto. Il nostro amore è invincibile e il nostro matrimonio durerà per sempre.

Oggi, dopo dodici anni che me ne sono andata da quella situazione, perdendo tutto, ho finalmente comprato una lavastoviglie nuova. Nessuno che mi dica quando devo aprirla e quando no, nessuno che m'insulti, che mi faccia sentire inadeguata, che mi denigri.

Sono libera, libera di sbagliare vaschetta e mettere il detersivo al posto del brillantante, libera di sciacquare, di fare o non fare spremute, di non prendere più macchinette in capsule e di esibire la mia moka gorgogliante, libera di spargere gocce e di raccogliere un cucchiaino cadutomi accidentalmente, non perché qualcuno l'ha scaraventato a terra.

Libera di proteggere il mio cuore da tutta quella violenza, da tutto quell'invincibile amore che sarebbe dovuto durare per sempre.

Racconto tratto da "Le particelle minime" di Isabella Millenotti


Articolo più vecchio